down down down, up up up

venerdì 22 aprile 2011
Quando un servizio globale va giù, lascia dei segni che non è facile dimenticare. Molti si accaniscono contro il modello che rappresenta, qualcuno cerca di spiegare, pochi cercano di tranquillizzare.
I FATTI
Il 21 Apr 2011, alle 1:41 AM PT, uno delle zone di Amazon (US-East-1) ha mostrato segni di eccessiva latenza e quindi di indisponibilità di alcuni servizi, i più danneggiati Quora e Reddit.
I report ufficiali dicono che un evento di rete ha scatenato una serie di remirroring sul servizio Elastic Block Storage (EBS), uno dei servizi di base che fornisce i volumi su cui vengono messe a disposizione le macchine virtuali del servizio EC2.
Questo ha scatenato una consumo anomalo di risorse e quindi a catena la possibilità di creare nuovi blocchi EBS.
Il problema si è stabilizzato fornendo risorse aggiuntive per accelerare il processo di ricostruzione dei blocchi
Il problema ha impattato solo sui clienti che non beneficiano di un modello di fornitura di Amazon che può ridondare su diverse zone.

IL COMMENTO
Da tutti si sente tuonare: "Il cloud computing è inaffidabile" ma la verità è che senza queste crisi, non si cresce e non si impara.
La maggior parte dei grandi progressi nel campo dell'ingegneria, sono stati originati da eventi disastrosi, eventi che hanno spinto i ricercatori a focalizzare l'attenzione su un problema specifico e a migliorare e rendere affidabile l'intero sistema sistema.
In questo caso niente vittime, si parla di un blackout di alcuni servizi in una determinata area. La pubblicità grauita che deriva dal tamtam mediatico probabilmente fa più bene che male alle aziende coinvolte. Ovviamente non ad Amazon, almeno sino a quando avrà dimostrato di essere in grado di governare efficacemente questi eventi senza che creino conseguenze ai servizi ospitati.
Tranquilli. Il cloud computing è un modello affidabile. Tutti i servizi che avevano attivato l'opzione di ridondanza multi-area non hanno avuto conseguenze, proprio a causa dei meccansimi di reindirizzamente automatico che hanno deviato le richieste sulle aree non colpite. Quello è cloud computing, se si chiede un hosting cloud vincolato ad un data center, si sta limitando la capacità intrinseca del sistema di adattarsi alle esigenze.

Shit happens, learn from it.

Asteroid Android

venerdì 2 luglio 2010
Sto utilizzando da due giorni il mio nuovo cellulare Android, non ero troppo sicuro che mi servisse, l'ho preso perchè per fare consulenza su questi sistemi, è opportuno almeno averli visti... ;-)
Devo dire che sono combattuto tra una recensione stellare o mantenere il mio scetticismo.
I lati stellari riguardano la usabilità, la gradevolezza dell'interfaccia, la facilità di fruizione ed in genere una esperienza che fa sentire vecchio qualsiasi altro sistema.
C'è anche una quantità di strumenti, programmi, gadgets, disponibili nel markeptlace... Ho passato due giorni a scaricare cose, provarle, capire di che utilità potessero avere, per poi accorgermi che stavo cadendo in una trappola.
Android non è un sistema nuovo, è un sistema vecchio, pensato per il mondo 'on-premise' con tutte le logiche dell'on-premise. Scarica installa, prova, disinstalla. gestici il tuo dispositivo, un'altro.... ma e il cloud computing? umh, il client di posta è IMAP... tutto si sincronizza, OK. E' quasi tutto trasparente per l'utilizzatore ma non certo nella filosofia del CC.
Sì, lo sapevo anche prima, da qui la mia perplessità, che due giorni di divertimento non hanno certo cancellato.

Cloud computing, quando dire NO

mercoledì 23 giugno 2010

E' meglio dire no subito ad un cliente che non 'comprende' la proposta. Una soluzione 'cloud', ha successo quando è lui a volerla.

Se non si è capito prima cos'è il modello del cloud computing con tutte le sue implicazioni, si finisce per cercare di forzare su un modello innovativo le proprie logiche di utilizzo, modelli comportamentali e organizzativi correnti, mettendo poi in difficoltà il fornitore con richieste che vanno contro la logica di semplificazione intrinseca del modello cloud.

Impedire l'accesso ad internet ai propri dipendenti e contemporaneamente utilizzare una soluzione internet per la communication&collaboration è fattibile ma artificioso e costoso.

Non si tratta solo di mettere un firewall che restringa l'accesso ai soli server di Google ma poi come si fa con i marketplaces, con i plugin, con le estensioni del browser...? Chi gestisce il delirio di regole, policies, eccezioni, autorizzazioni, etc.

Per questo insisto subito a spiegare come le soluzioni 'cloud' impattino sui modelli organizzativi, dove in qualche modo bisogna 'responsabilizzare' l'utilizzatore e delegare il controllo a chi è preposto a farlo, motivando le persone sul raggiungimento di obiettivi invece che imponendo delle barriere.

Certo, una volta che si salta la barriera psicologica che internet possa diventare un ambiente di lavoro produttivo e non un luogo dove si perde tempo, i benefici sono eclatanti in termini di 'semplificazione' delle tecnologie e dei processi e di riduzione dei costi e di user empowerment.

Enterprise Waves

mercoledì 26 maggio 2010
Su questo blog a novembre davo le mie impressioni sul destino di waves verso l'enterprise per poter sfondare.
Viste le sue caratteristiche di piattaforma ed il suo scarso appeal Social, dove Google inizialmente l'aveva collocato, waves sembra sempre più 'uno strumento' in cerca di un 'problema'.
E l'ambito enterprise è colmo di problemi....

Google sembra ora rendersi conto che il percorso verso l'adozione di Waves può esser invertito rispetto al processo di consumerizzazione, che ha contraddistinto il percorso di applicazioni come gmail, che hanno fatto la gavetta nel mondo consumer per approdare nell'impresa.

Quindi l'annucnio che "Google Wave (Labs) available to Google Apps customers", chissà che cosa faranno le aziende che hanno implementato Google, gli troveranno un'ambito?

Altro spazio tra le nuvole

mercoledì 19 maggio 2010

Oggi Google dovrebbe lanciare il competitor 'ufficiale' di Amazon S3: Google Storage for Developers. Ovvero uno spazio di immagazzinamento di files collocato tra le nuvole.

Stendiamo un velo pietoso sui nomi che Google continua a dare ai propri servizi, sembrano una simpatica banda di geek senza fantasia.

Ad ogni modo Google è attrezzata da tempo alla bisogna e molti entusiasti hanno messo a disposizione integrazioni, servizi, comandi da shell, web services ed api per sfruttare il gigantesco spazio gmail che Google da a disposizione dei propri utilizzatori (io ho più di 7GB nella versione free e 25GB per i miei account premier).

Così sono nati nel tempo gmailFS, gfs, gspace ecc.

Google non ha mai visto troppo di buon occhio questo utilizzo non ufficiale sino ad oggi.

Già da qualche tempo Google aveva parzialmente corretto questa lacuna modificando il worksapce di Google Apps gratuito per immagazzinare documenti di qualunque tipo (non solo quelli nativi GApps) fino a 1GB per ogni account.

Anche se l'utilità del servizio era ben lontana da altri servizi similari tipo Dropbox oppure UbuntuOne.

Ci aspettiamo che grazie alle api restful che offre il nuovo servizio, nasceranno una quantità di servizi similari a buon mercato e meglio integrati con gli altri servizi Google.

Davvero una mossa eccellente ancorché scontata di Google verso il mondo enterprise.

ASSI BO -

lunedì 12 aprile 2010
Il mio intervento all'ASSI di Bologna sul Cloud Computing è centrato sui problemi di autenticazione e di interoperabilità tra i cloud provider.
A testimonianza che gli standard aperti danno i loro frutti, cominciano a moltiplicarsi i marketplaces dove applicazioni esterne sfruttano i sistemi di autenticazione e di autorizzazione per integrarsi e parlare tra di loro.

Auguri Google App Engine!

giovedì 8 aprile 2010

Google App Engine compie due anni!
Complimenti, comincia mettere i dentini! Morderà?

Simplexity

sabato 13 marzo 2010
Se non ne avete mai sentito parlare, sappiate che non si tratta di un concetto nuovo, la simplexity trova applicazione in una miriade di campi, dal marketing all'educazione. (wilipedia)
Recentemente ha preso una nuova ispirazione con la proliferazione dei sitemi di interazione digitale, come la teoria che cerca di spiegare i fenomeni della complessità delle interfacce semplici.

Il cloud computing soffre di simplexity? Come ogni livello di astrazione che nasconde strati di complessità sempre più 'lunghi' sì. Ma non più di qualunque altra tecnologia digitale, dipende da come è progettato il sistema.
Anche le interfacce digitali sono delle astrazioni che mascherano una complessità soggiacente.
Ci piace un sistema semplice perchè è comprensibile ma quando vogliamo fare 'quella cosa' la semplicità ci porta a percorsi tortuosi per ottenere il risultato.
O viceversa, l'abbondanza delle possibilità compete per una soluzione, rendendo quasi impossibile la scelta per l'insicurezza di aver selezionato il percorso ottimo.
Adam DuVander, (www.adamduvander.com) "Things get from simple to complex much faster then they did before. Only because of all the things that are possible."

Quando si prende qualcosa di incredibilmente complesso e si cerca di avvolgerlo in qualcosa di più semplice, mascheriamo solo la complessità, non stiamo progettando 'realmente' un sistema più semplice. E in qualche modo si aggiunge complessità, perché ora l'utente deve capire che cosa è stato omesso e come aggirare le limitazioni.
Albert Einstein diceva: "rendete le cose più semplici possibile, ma non più semplici."

"Any intelligent fool can make things bigger, more complex, and more violent. It takes a touch of genius -- and a lot of courage -- to move in the opposite direction." E. F. Schumacher

L'unica soluzione al problema della simplexity è la cultura del "just enough" che non deve essere solo nelle interfacce digitali, nelle astrazioni, nei sistemi, ma soprattutto nelle menti degli utilizzatori che devono cogliere la bellezza della semplicità e la cultura del "LESS IS MORE".




the new buzz: BUZZ

martedì 9 febbraio 2010
Ma Google non si ferma mai? Abbiamo appena scritto l'ultimo post su Waves ed eccoci da capo a parlare dell'ennesimo divertimento di Google: Buzz.
Magari voi non sentite di avere un bisogno sfrenato dell'ennesima novità ma Google sembra proprio di sì.
La trasformazione di internet in una piattaforma sociale non sta vedendo Google in prima fila, non che non ci provi. Orkut, Latitude, Wave e tanti altri strumenti social di Google ci hanno sopreso ma non hanno penetrato nella massa.
Sono strumenti così geeky! Google punta forse un po' troppo sull'innovazione ma non riesce ad agganciare l'utente totalmente disinteressato alla tecnologia che su internet bazzica per coltivare le sue passioni o semplicemente per 'broccolare'.
Ma bazzicare su internet vuol dire vedere impression pubblicitarie e perdere il controllo di questa prodigiosa 'mucca da soldi' è alquanto rischioso per il venditore di pubblicità più globale della storia dell'umanità.
Wave ha tante belle caratteristiche se pensata come una piattaforma Enterprise 2.0 ma stravolge letteralmente non solo il modo di lavorare ma anche quello di pensare e di collaborare.
Qualcuno può cogliere i vantaggi ma si potrebbe ritagliare al più una nicchia nella collaborazione aziendale, difficilmente potrebbe diventare una piattaforma sociale.
Ma Google ha un asset incredibile costruito nel tempo: oltre 150 milioni di utenti gmail.
Allora perchè non portare quei pezzi di wave più 'social' in gmail e farlo evolvere in quella piattaforma che serve a Google per fronteggiare Facebook e Twitter?
That's Buzz:

Frozen Waves

martedì 24 novembre 2009

Sto utilizzando wave da un paio di settimane e sono ben lontano dall'aver fatto una analisi esaustiva. Ma mi sembra già sufficiente per azzardare alcune considerazioni sul suo potenziale.

Innanzitutto le impressioni che colgo in giro non sono sempre benevole. "E' complicato", "non si capisce", "conversazioni caotiche", "mancano le estensioni", "è instabile"...
In una beta ad inviti mi sembra evidente che non si possa giudicare un prodotto dalla sua maturità.
Wave è immaturo, incompleto, criticabile quanto volete ma a me piace. Non dimentichiamo il primo impatto con gmail e con google apps, non è sempre stato positivo eppure sono prodotti che hanno 'preso'.
Come dice il mio amico Pier Carlo Pozzati "all'inizio odiavo gmail, ora non posso più farne a meno".

Riuscirà wave a penetrare? Esaminiamo le categorie di utilizzatori da catturare.
Geeks: i più facili di tutti da acchiappare, basta dire "ehi qui c'è una novità rivoluzionaria!" e arrivano tutti come api sui fiori o mosche sul letame...
Consumer: un po' più complicati da fidelizzare, arrivano se si crea massa critica e trovano servizi utili e gratuiti.
Professional: stimolati dal prezzo e dalla novità ma sposano solo qualcosa che gli dia in ogni caso un vantaggio.
Enterprise: duri da vincere, hanno un pregresso da salvaguardare, sistemi strapagati da ammortizzare, resistenze interne e in genere poca predisposizione all'innovazione alla collaborazione e alla condivisione.

Le caratteristiche del prodotto sono indirizzate verso la competizione con Facebook piuttosto che verso il mercato enterprise dove io vedo invece le potenzialità maggiori come "unified conversation platform" Enterprise 2.0. D'altra parte trovo molto complicato scalzare facebook dal suo trono di piattaforma di 'cazzeggio' sociale (scusate il termine).

In estrema sintesi, vedo la strada di wave bene in salita. Mancano elementi chiave quali la semplicità di twitter, la socialità di facebook, la diffusione della posta elettronica, la comprensibilità di skype.

Però ce ne sono altri, la novità, il real time (che deve essere sfruttato davvero, non per vedere i testi composti dal vivo), l'aggregazione di servizi in un'unica piattaforma, la costruibilità del sistema, il protocollo aperto ma sono tutti vantaggi di difficile presa su un pubblico generico.

Wave non è un'ondina, è un'ondona e questi ostacoli formidabili possono essere scavalcati grazie alla piattaforma più potente che Google abbia mai inventato, l'affetto che è riuscita a catalizzare su di sè.

Auguri Wave, spero che la tua onda non rimanga congelata a mezz'aria.